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Il provino si fa così - David Mamet



Il sistema delle audizioni permette di scegliere i candidati più vistosi (neanche i più attraenti). Come strumento di selezione è studiato per respingere tutti tranne le persone più comuni, banali e prevedibili – in breve, i fasulli. L’ addetto al casting e, in larga misura, anche il talent scout sono appendici non ufficiali delle società di produzione e degli studi. Pensano – e al loro posto forse ragioneremmo così anche voi o io – che gli attori vanno e vengono ma i produttori rimangono. Ai produttori non interessa scoprire il nuovo. Quale persona sana di mente scommetterebbe venti milioni di dollari su un attore non sperimentato? Vogliono il vecchio: e se non possono averlo, vogliono qualcosa che gli assomigli. E quei portinai sanno che il loro compito è fornire l’attore appropriato e più prevedibile per la parte. Basano la loro scelta sul suo aspetto, sul suo curriculum e sulla sua quotazione: come se dovessero assumere un idraulico[…]. Quelli che insegnano la “tecnica delle audizioni” consigliano agli attori di considerare l’audizione stessa come una performance, e di appuntare tutte le loro speranze e aspirazioni non sull’ effettiva pratica della loro arte (che si svolge davanti a un pubblico o a una macchina da presa), ma sulla possibilità di piacere a qualche funzionario. C’è qualcosa di più terribile? Perché molta della bellezza del teatro, e molta della felicità che dà, sta nella comunione con il pubblico. Il pubblico viene allo spettacolo preparato a rispondere come un’entità unica. Viene preparato a essere sorpreso e deliziato, anzi, se lo aspetta. Non è solo ben disposto, ma anche pronto ad apprezzare tutto ciò che è insolito, sincero, stimolante. Tutto quello che viene scartato dal sistema delle audizioni. Seduti in sala, gli spettatori sono condizionati non solo – e forse anche principalmente – dalla scena, ma gli uni dagli altri. E’ capitato a tutti noi, durante le prove di una commedia, di pensare che una battuta non funzionasse, per poi vedere che faceva crollare il teatro. Gli spettatori si condizionano e si entusiasmano a vicenda: sono venuti per divertirsi e per condividere quel divertimento gli uni con gli altri. Il talent scout, l’addetto al casting, il produttore, se ne stanno seduti in una stanza non per divertirsi, ma per giudicare. Vedono l’aspirante attore non come un amico che potrebbe deliziarli, ma come un ladro la cui mancanza di abilità, di presenza o di meriti li deruberà del loro tempo prezioso. E’ un sistema terribile, e impariamo ad accettarlo a scuola. La peggiore conseguenza di questa oppressione, di questa falsa visione, di questa falsa visione del nostro ruolo di attori, è che lo interiorizziamo. Quante volte abbiamo sentito dire, e quante volte abbiamo detto, alla fine di uno spettacolo, di una prova, di un’audizione: “Sono andato malissimo… Oh, Signore, sono stato proprio spaventoso…” Che male c’è in questo? Qualcuno potrebbe pensare che si tratti di un modo legittimo per esprimere il proprio desiderio di migliorare. Ma non è così. E’ un modo per esprimere il rimpianto di non avere soddisfatto l’autorità. E nei casi in cui l’autorità è assente (o anzi si congratula con noi), ci autoeleggeremo negrieri e ci fustighiamo. Perché? Perché ci è stato insegnato, in quelle scuole fraudolente, da parte di “agenti” e registi che volevano sfruttarci, che possiamo piacere solo se siamo abbietti e ossequiosi nei confronti della loro autorità. “Ce ne sono altri diecimila come te, e se non hai l’atteggiamento corretto, non solo non avrai la parte (o il posto nella scuola) ma non ti verrà neanche concessa un’ audizione per ottenere la parte”. Questo atteggiamento vi suona famigliare? Se crediamo a queste scuole, a questi agenti, a questi registi, con il passare del tempo li interiorizziamo, diventiamo noi stessi quei “genitori cattivi”, e ci condanniamo la rovina. Come spettatore, io vi dico che è un insulto venire dietro le quinte e dire all’attore: “Sei stato grande stasera”, per sentirsi rispondere: “No, ho fatto pena. Avresti dovuto vedermi la settimana scorsa…” Chi di noi è stato rimbeccato in questo modo sa che dà la sensazione di uno schiaffo in piena faccia. Se riflettesse, l’attore si renderebbe conto che la risposta corretta è: “Grazie di cuore”. Il pubblico non è venuto ad assistere a una lezione ma a vedere una commedia. Se si è divertito, voi attori avete fatto il vostro dovere. Ma supponiamo che abbiate imparato qualcosa in scena: quel qualcosa vi spingerà a comportarvi in modo diverso la volta successiva. Bè, si spera che abbiate imparato qualcosa sul palcoscenico. Se siete attori impegnati, impegnati a migliorare voi stessi, imparerete sempre qualcosa. A volte la lezione sarà semplice e facile (non devo mangiare subito prima dello spettacolo), a volte sarà più traumatica (la mia voce è un disastro e dovrei ritirarmi dalle scene fino a quando non l’avrò sistemata), a volte vi cambierà la vita (ho scelto la compagnia sbagliata, forse anche il mestiere sbagliato). Su tutte queste scoperte (e quelle intermedie) si può lavorare. Ma non si può lavorare su nessuna di quelle che sfociano nell’autofustigazione e nell’odio per se stessi. Commenti come: “Ma chi voglio prendere in giro, non valgo niente, stasera ho fatto pena” sono l’esatto opposto di quello che serve per migliorare se stessi. Sono un atto di obbedienza nei confronti di un’autorità esterna o interiorizzata: sono un appello a quell’autorità affinché abbia pietà della vostra inettitudine. Ma voi non siete inetti. Avete il diritto di imparare, di migliorare e di cambiare. (Vi sembra logico che tutte, diciamo, le cento regole di uno spettacolo siano uguali sotto ogni punto di vista?). Non soddisferete né voi stessi né gli altri da tutti i punti di vista in ogni replica: ho visto commedie andare avanti per anni, e ho sentito attori dire: “Stasera è andata bene”, oppure: “Stasera è stata atroce” a proposito di repliche nelle quali io non avevo notato nessuna differenza. E sto parlando di commedie che ho scritto e diretto io, e nelle quali ero molto coinvolto – opere e messe in scena che avrei migliorato se avessi potuto. Di solito le repliche “indecenti” e quelle “brillanti” erano identiche. Significa forse che gli attori che notano una differenza sono psicotici? No. Certe sere ci sentiamo meglio di altre. Ma gli attori sbagliano a investire queste sensazioni di un significato magico. Lo scopo di una rappresentazione è quello di comunicare l’opera al pubblico. Se lo teniamo a mente, sarà meno probabile che continuiamo a rimproverare noi stessi. Questa abitudine non nasce da fattori estetici, ma da fattori economici. Sono molte le persone che cercano di entrare nel mondo del teatro. Il palcoscenico e lo schermo non riescono a contenerle tutte, quindi alcuni diventano insegnanti, agenti, addetti al casting, e la maggior parte di loro (proprio come la maggior parte degli attori) cercano sicurezza reale o immaginaria di un sistema gerarchico: “Sto solo cercando di fare il mio dovere e di soddisfare i miei datori di lavoro”. Ma l’attore non ha un datore di lavoro. L’agente e l’addetto al casting non sono datori di lavoro: francamente, sono solo ostacoli tra l’attore e il pubblico. Questo significa che dovrebbero essere ignorati? Purtroppo molte volte non è possibile. Sono lì. Ma loro, e il loro lavoro, dovrebbero essere tenuti a una certa distanza. Non è necessario che ci “siano simpatici”, e per quanto possiamo essere servili non è detto che noi saremmo simpatici a loro. Ancora una volta, gli stoici dicono: “Vuoi il rispetto di quelle persone? Non sono le stesse delle quali ieri hai detto che erano sciocche e idiote? Allora vuoi che gli sciocchi e gli idioti abbiano una buona opinione di te?”. Ricordatevelo. Non fate “confessioni” quando uscite di scena. Se avete avuto un’ intuizione, usatela. Si dice che “il silenzio costruisce un recinto intorno alla saggezza”. Tenere le cose per se è difficile. “Mamma mia, quanto ho fatto pena…”. Come è difficile tenersi dentro queste parole, e che conforto ci dà pronunciarle. Nel dirle creiamo un gruppo immaginario interessato ai nostri progressi. Ma rinunciate al conforto del gruppo immaginario. Questo “gruppo” che vi giudica non è reale; lo avete inventato voi per sentirvi meno soli. Conoscevo un tizio che era andato a Hollywood ed era rimasto a languire senza lavoro per anni. Un attore di talento. E non gli davano lavoro. Alla fine di quel periodo tornò e si lamentò dicendo: “Sarebbe andato tutto bene se quelli mi avessero spiegato le regole fin dal primo giorno”. Naturalmente questo vale per tutti noi. Non esistono “quelli” e non esistono regole. Quell’attore presupponeva l’esistenza di una gerarchia razionale che si comportasse in modo sensato. Ma il mondo dello spettacolo è ed è sempre stato un’orgia di depravazione. Così come attira gli entusiasti, attira anche i rapaci e gli sfruttatori, e non potrete mai accontentare quei parassiti, potrete solo sottomettervi a loro. Ma perché dovreste desiderare di sottomettervi a questa gente? Il pubblico, invece, può essere soddisfatto. Viene a vedere lo spettacolo per essere soddisfatto, e lo sarà davanti a tutto quello che è onesto, sincero, insolito, istintivo – davanti a tutte quelle cose che, in breve, sgomentano gli insegnanti e gli addetti ai casting. Non perdete la testa. Non è necessario barattare il vostro talento, la vostra autostima e la vostra giovinezza per la vaga possibilità di compiacere persone che sono inferiori a voi. Vi spaventa di più ma non è meno produttivo andare per la vostra strada, formare la vostra compagnia teatrale, scrivere e mettere in scena le vostre opere, fare i vostri film. Avete molte più probabilità, prima o poi, di presentarvi davanti al pubblico e di affascinarlo facendo a modo vostro, realizzando i vostri film e le vostre opere teatrali, che non sottomettendovi al modello industriale della scuola di recitazione e dello studio. Ma come dovete comportarvi quando, di tanto in tanto, o magari spesso, vi scontrerete con i portinai? Perché non fare del vostro meglio e cercare di vederli, se vogliamo, come un fattore inevitabile e preesistente, come le formiche a un picnic, scrollare le spalle e divertirvi nonostante loro? Non interiorizzate il modello industriale. Non siete un pezzo intercambiabile tra una miriade di altri, ma un essere umano unico, e se avete qualcosa da dire, ditelo, e pensate bene di voi stessi fino a quando non avrete imparato a dirlo meglio.







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