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Il monologo di Trigorin da "Il gabbiano" di Anton Cechov

Aggiornato il: 11 ago 2019


Siamo nella tenuta di campagna di due fratelli, Pëtr Sorin, magistrato in pensione pieno di acciacchi, e Irina Arkadina, celebre attrice, bella donna, elegante, superficiale, gelosa, avara, che convive con Boris Trigorin, mediocre scrittore di successo. L’Arkadina ha un figlio ventenne, Kostja Treplev, che non si sente amato dalla madre: aspirante drammaturgo, disprezza il tipo di teatro routinier da lei interpretato, sogna “forme nuove e se non ce ne sono, allora meglio niente”. Ha scritto un monologo sul futuro dell’umanità, prolisso, confuso, pieno di simboli decadenti: lo mette in scena nel giardino di casa, di fronte a un ristretto pubblico di ospiti della tenuta. A interpretarlo è Nina, una vicina di cui è innamorato. La madre critica il testo: Treplev, offeso, interrompe lo spettacolo. Nina vorrebbe fare l’attrice: infatuata di Trigorin, pronto a sedurla nonostante il suo legame con la Arkadina, decide di fuggire a Mosca per unirsi all’amante e cominiciare la sua carriera artistica.

Dopo un iniziale successo, Nina non riesce a ‘sfondare’. Abbandonata da Trigorin, da cui ha avuto un figlio morto dopo pochi mesi, rifiutata dagli impresari, accetta modeste scritture in provincia. Un giorno, dopo tre anni di assenza, ritorna, durante una tournée, nella villa dove vive Treplev, diventato intanto scrittore affermato, anche se insoddisfatto di sé. Nel loro ultimo incontro Treplev, ancora innamorato di lei, la scongiura di non partire, di rimanere con lui. Nina rifiuta: si sente simile ai liberi gabbiani che volteggiano sul lago di fronte alla villa, crede nel suo mestiere, ne accetta tutte le dolorose, umilianti fatiche, e riparte.


di Fausto Malcovati



Scena atto IV

Nina- giovane figlia di un ricco possidente

Trigorin- Letterato



NINA - E se i giornali che leggete parlano di voi?


TRIGORIN - Quando ne parlano bene, fa piacere, quando male, allora per due giorni non ti senti a posto.


NINA - Che mondo meraviglioso! Quanto vi invidio, se sapeste! È diverso il destino degli uomini. Alcuni trascinano a malapena la propria noiosa, insignificante esistenza, tutti uguali gli uni agli altri, tutti infelici; ad altri invece, come a. voi, per esempio, e siete uno su un milione, è toccata in sorte una vita interessante, luminosa, piena di significato... Voi siete felice...


TRIGORIN - Io? (Stringendosi nelle spalle). Hmm... Voi parlate tanto di celebrità, di felicità, di una vita luminosa, ma tutte queste parole per me, mi scuserete, sono proprio, come la marmellata, che non mangio mai, Voi siete tanto giovane e buona.


NINA - La vostra vita è meravigliosa!


TRIGORIN - Ma che cos'ha di tanto meraviglioso? (Guarda l'orologio). Adesso devo andare a scrivere. Scusatemi, non ho tempo... (Ride). Avete toccato, come si suol dire, il mio punto debole, ed io comincio a turbarmi e a seccarmi un poco. Comunque, parliamone pure. Parliamo della mia splendida, luminosa vita... Beh, da dove cominciamo? (Dopo aver riflettuto un poco).Ci sono delle idee ossessionanti, quando un uomo, per esempio, pensa giorno e notte alla luna; anch'io ho una mia luna di quel tipo. Giorno e notte mi tormenta un solo pensiero importuno: devo scrivere, devo scrivere, devo... Non faccio a tempo a finire una novella che già, chissà perché, ne devo scrivere un'altra, poi una terza, e dopo la terza una quarta... Scrivo ininterrottamente, come quando si cambiano i cavalli alle stazioni di posta, non so fare altrimenti Cosa c'è in tutto questo di meraviglioso e luminoso, io vi domando? Oh, che vita selvaggia! Ecco sono qui con voi, mi agito, e intanto penso ad ogni istante che mi aspetta una novella incompiuta. Vedo una nuvola simile ad un pianoforte. Penso: bisogna che in qualche racconto rammenti che fluttuava una nuvola simile ad un pianoforte. C'è odore di eliotropio. Subito mi imprimo nella mente: odore dolciastro, colore vedovile, rammentarsene nella descrizione d'una sera estiva. Colgo ogni singola frase che voi ed io pronunciamo, ogni singola parola e mi affretto a racchiudere queste frasi e parole nel mio scrigno letterario: potrebbero tornare utili! Quando finisco un lavoro, corro a teatro o a pescare; mi potrei riposare, potrei dimenticare, ma no, in testa già rotola una pesante palla di ghisa, un nuovo soggetto che mi trascina al tavolino, e di nuovo bisogna precipitarsi a scrivere, scrivere. E così sempre, sempre, e non ho pace da me stesso, e sento che sto divorando la mia stessa vita, e per il miele che do a qualcuno nello spazio, rubo il polline ai migliori fiori, li strappo e ne calpesto le radici. Forse che non sono pazzo? Forse che parenti e amici mi trattano come una persona sana? "Che cosa state scrivendo? Che cosa ci regalerete?". Sempre le stesse cose, sempre le stesse, e a me pare che le attenzioni dei conoscenti, le lodi, l'ammirazione siano tutto un inganno, che mi ingannino come si inganna un ammalato, e talvolta io temo che mi si facciano quattamente alle spalle per agguantarmi e portarmi via, come con Poprigšèin, al manicomio. In quegli anni, negli anni migliori, negli anni giovanili, quando ho cominciato, lo scrivere per me altro non era che pura tortura. Uno scrittore giovane, in particolare quando la fortuna non gli arride, si ritiene goffo, imbarazzato, inutile, ha i nervi tesi, irritati; non sa trattenersi dal gironzolare fra la gente che ha a che fare con la letteratura e con l'arte, non accettato, ignorato da tutti, timoroso di guardar dritto negli occhi, come un giocatore accanito che non abbia denaro. Non vedevo il mio lettore, ma me lo immaginavo, chissà perché, scostante, diffidente. Avevo paura del pubblico, lo temevo, e quando si rappresentava una mia nuova commedia, ogni volta mi sembrava che i bruni fossero profondamente ostili, e i biondi freddamente indifferenti. Oh, che cosa terribile! Che tormento!



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